S. Angelo (Castel
S. Angelo in Val Demone secondo un antico manoscritto, recentemente ritrovato)
sorse attorno al monastero basiliano di S. Michele Arcangelo,
di epoca bizantina, cui nel 1084 il Conte Ruggero,
dopo aver debellato i Saraceni, concesse in feudo gran parte dell'attuale
territorio, compresi i casali greci di Ljsicon
(l'attuale contrada Lisicò, posta dirimpetto al
paese, ove persistono i resti dell'antica torre), Anzan
e Tondonconòn.
L'abate fu quindi il primo e
l'unico signore feudale della Terra di S. Angelo; la nobiltà che ne improntò la
storia nei secoli successivi fu legata all'Abbazia ed amministrò o godette in
"gabella" le terre di essa come del contiguo
feudo di S. Papino, in potere della mensa vescovile
di Patti. Tra questi nobili si distinsero gli Angotta
e gli Amato, di origine spagnola, le cui insegne
araldiche fregiano la torre di Piano Croce, la quale nel 1614 risultava in proprietà
di don Grandonio Angotta
Amato, essendo stata ricostruita dopo i terremoti del sec. XV sulla base di
un'altra, preesistente alla dominazione araba, donde il toponimo Calabrò (da qal'at = rocca,
castello) contrada in prossimità della quale essa si erge, sulla vecchia
strada provinciale che conduceva al paese.
Il fortilizio presenta gli
elementi costitutivi del castello medioevale: cinta, mastio
e palazzo. Medioevali sono pure le caratteristiche architettoniche della torre
o mastio, munita di ponte levatoio, cioè la merlatura,
le piombatoie o caditoie, destinate al getto
verticale di proiettili di ogni sorta, e le saettiere,
che servivano agli arcieri.
Proseguendo verso la collina ed
inoltratisi nell'abitato, nella piazzetta S. Maria,
al termine della via Umberto I, si ammira la Chiesa
Madre, a croce latina, con tre navate, ricostruita nel 1534 al posto di una di
stile romanico, testimoniato da una cappella, venuta alla luce durante lavori
di restauro.
Nella prima cappella a destra si
notano una statua di S. Maria del Lume - attribuibile
ad un seguace di Francesco Laurana - con bassorilievo e due sarcofaghi, uno
degli Angotta-Amato e l'altro dei Natoli,
da cui discende il Marchese Vincenzo, quivi nato nel 1690, giudice di Gran
Corte Criminale dal 1731 al 1742 e presidente del Tribunale del Real Patrimonio nel 1758.
Nell'abside un grande altare
maggiore barocco in marmo con intarsi e fregi; nella sagrestia un quadro
dell'Addolorata di ispirazione caravaggesca.
Nella cripta è custodito il
tesoro, cioè paramenti finemente ricamati, provenienti
in gran parte dalla dotazione dell'Abbazia, e arredi, tra cui, preziosissimi,
un incensiere e una navetta d'argento, cesellati nel 1601 da Vincenzo d'Angioia.
Sotto il transetto si apre un arco
a sesto acuto (c.d. Cappelluni), che consente
il collegamento tra la via Principessa di Piemonte e
la via Vittorio Emanuele.
Da qui, lungo vecchie vie e vicoli
suggestivi, tra case con anditi e giardini che odorano
d'antico, si perviene alla seicentesca Chiesa di S. Filippo e Giacomo, nella
parte bassa del paese, attualmente chiusa per restauro.
Un bel selciato policromo, con
pietra locale cavata dalla contrada Vetriolo, introduce al tempio di stile
barocco, ove si trovano numerosi quadri, in particolare quello della Pentecoste,
e sculture, tra cui un Ecce Homo in alabastro e il gruppo marmoreo
dell'Annunciazione, di scuola gaginiana, alla quale è attribuita pure la statua in marmo di Nostra Donna,
venerata nella Chiesa di S. Maria del Giardino.
Di rilievo anche l'organo e il pergamo
del '700.
La Cappella dell'Annunciazione
contiene due sarcofaghi della nobile famiglia Amato, cui appartenne don
Filippo, Principe di Galati, quivi nato nel 1590 da Bernardo e da Costanza Angotta.
Contro di lui, tra i più potenti e facoltosi del suo tempo (senatore di Palermo
e capitano di giustizia della stessa città) si rivoltarono nel 1647 i
naturali di S. Angelo, angariati dalla tassa sulla seta. A lui si deve
verosimilmente la costruzione della Chiesa in oggetto e la fondazione
dell'Ospedale con l'annessa chiesetta (pregevole il soffitto in
legno, di stile barocco).
Vi sono ancora tracce di quel
tempo fastoso, oltre che nelle costumanze gentili, anche nell'edilizia del
centro storico.
Sulla piazza
Vittorio Emanuele, alberata attorno al monumento ai caduti, prospettano i
palazzi gentilizi con portali scolpiti in arenaria e ringhiere in ferro
battuto, testimonianza dell'esercizio di arti e mestieri, ancora fiorenti. Vi
si affaccia anche la prestigiosa sede del Circolo
"Il Sole", fondato nel 1860.
La storia di S. Angelo, come anzi
detto, è di origine e sviluppo abbaziale. Richiamati
dalla presenza dei basiliani, altri ordini monastici,
a partire dalla prima metà del 1500, vi eressero dei cenobi, i domenicani nel
1546, i minimi nel 1582, i minori osservanti nel 1596 e le clarisse nel 1640.
Sono resistite alla frana del
tempo le chiese conventuali, ad eccezione di quella di S. Chiara, adibita a
teatro, con un bellissimo soffitto a cassettoni in
legno scolpito. La vicina Chiesa di S. Domenico (il convento è stato destinato
a palazzo municipale) è impreziosita, nell'abside, dagli stucchi di Aloisio Piscott (1779), della
scuola del Serpotta e da affreschi. Ai lati
dell'altare maggiore, su cui campeggia una statua in
bronzo di S. Domenico, si notano due sarcofaghi della famiglia Angotta.
Gli Angotta,
primeggiarono nella Terra di S. Angelo, ricoprendo le cariche di proconservatore e di giurato. I loro sarcofaghi barocchi
arricchiscono anche la Chiesa di S. Francesco, cui si perviene arrampicandosi
lungo la salita omonima. Vi si accede da un prostilo
con colonne monolitiche in arenaria, posto alla sommità di una gradinata
acciottolata. All'interno si ammira, oltre all'antica famosa pittura
raffigurante S. Maria degli Angeli, opera di Antonio Catalano il Vecchio, la meravigliosa scultura
lignea del Crocifisso, eseguita nel 1644 da Fra Innocenzo da Petralia. Da restaurare è l'annesso chiostro, semidiruto e in parte incorporato in un fabbricato civile.
Notevoli sono anche, sparse nel contesto urbano, le chiese del SS. Salvatore, a tre navate,
con colonne corinzie, cui si accedeva da una sontuosa scalea con balaustra in
pietra, e di S. Nicolò, con facciata rinascimentale e arredi preziosi, entrambe
chiuse al culto, nonché quella conventuale di S. Francesco di Paola, anch'essa
inagibile, ad unica navata, con portale in stile rinascimentale.
Alla sommità del paese si trovano
i resti dell'Abbazia, destinata a cimitero a seguito delle leggi eversive. Di essa avanzano solo il campanile ed il chiostro, in cui sono
state purtroppo allogate le cappelle gentilizie.
Sul posto è stata riportata
l'antichissima statua di S. Michele, di scuola veneziana.
Pare che il cenobio esistesse sin dal VI sec. d.C.,
tanto vero che il privilegio del Conte Ruggero del 15 aprile 1092, confermativo
di quello del 1084, nel concedere il territorio di S. Angelo in feudo
all'Abate, si riferisce ad un dominio preesistente, di data antica (secundum quod ab antiquo tempore tenebat et possidebat).
Il convento, di rito greco, faro
di cultura e di civiltà, custodiva una preziosa biblioteca e fu, verso la metà
del 1700, sede di una Dieta basiliana. Il rito greco
rivive annualmente nella suggestiva funzione del
Battesimo di Gesù, che si celebra nella ricorrenza
dell'Epifania.
A S. Angelo si arriva dall'autostrada A 20
(svincolo di Brolo), in circa dieci minuti. A due chilometri dal casello
autostradale, sulla SS. 113 - direzione Messina, prima di arrivare a Gliaca di Piraino si imbocca la
strada provinciale che porta in paese.
Situata al centro di una vallata
di noccioleti, uliveti e agrumeti, in un'oasi di
verde, tra sorgenti di acqua e tanta frescura, S. Angelo
è ad un'altitudine di 350 mt. s.l.m..
Essa conta circa 4 mila abitanti.
Anche se i mulini ad acqua, lungo
il torrente, sono fermi da decenni ed i naturali non allevano più i bachi da seta,
l'agricoltura, con i conseguenti interventi pubblici di natura sociale, è
ancora la principale attività della popolazione, residente in parte nella numerose borgate, tra avanzi della civiltà contadina.
E' tuttora fiorente la produzione
del salame, noto in tutta Italia ed all'estero, cui si sono
dedicate nei secoli intere famiglie, tramandandosi di padre in figlio sapienti
tecniche di confezionamento e di stagionatura.
Sulle alture, smaltate di verde,
nei ristoranti rustici (noti come baracche) si possono assaporare il
castrato alla brace, le salsicce, i maccheroni di casa e tanti altri prelibati
piatti della cucina locale e regionale.
Rinomati sono i buccunetti e i 'nzuddi,
dolci manufatti con zucca candita e frutta secca in base a
ricette custodite dalle Monache di S. Chiara.
S. Angelo non è solo un luogo di
memorie e di reliquie, caleidoscopio di un'antica Sicilia feudale e
conventuale, metafora di un declino, ma ha svolto un ruolo amministrativo ed
economico, egemone in un vasto comprensorio dei Nebrodi.