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colomba Politica: Il Sindaco contro la desertificazione istituzionale dei territori.
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Non si può guardare solo all’aspetto economico, dimenticando i disagi che subiscono i cittadini, costretti a pagare in termini economici e con la scarsa efficacia dei servizi.

 



Le proteste che in questi giorni si sono sollevate nelle zone di Mistretta e di Nicosia, e in ultimo anche dalle Isole Eolie, le cui popolazioni e gli amministratori locali, non accettano la politica di spoliazione dei territori, ideata e disegnata dal “Governo Berlusconi” e attuata da Monti, oltre ad avere la mia solidarietà, meritano una riflessione rispetto ai rapporti tra elettori ed  eletti, tra cittadini che pagano le tasse e le imposte, e lo Stato che deve assicurare servizi.

Le politiche di decentramento messe in atto nei decenni scorsi, che avevano l’obiettivo di migliorare l’efficacia delle attività istituzionali, possiamo inserirle nell’archivio dei ricordi.

E’ fin troppo evidente, infatti, che in nome del risparmio sul bilancio dello Stato, o si procede alla desertificazione dei territori, o si scarica su altri il costo per il mantenimento di talune strutture o uffici pubblici già presenti nelle periferie.

Un caso emblematico è la soppressione degli uffici del Giudice di Pace, che a suo tempo corrispondevano nella quasi generalità con le ex Preture, anch’esse soppresse, che ora dovranno essere allocati nelle sedi di tribunale.

La legge delega, infatti, prevede che “…entro sessanta giorni dalla pubblicazione… gli enti locali interessati…, …possano richiedere e ottenere il mantenimento degli uffici del giudice di pace con competenza sui rispettivi territori, anche tramite eventuale accorpamento, facendosi integralmente carico  delle spese di funzionamento e di erogazione del servizio  giustizia  nelle relative sedi, ivi incluso il fabbisogno di personale  amministrativo che sarà messo a disposizione dagli enti medesimi, restando a carico dell'amministrazione giudiziaria unicamente la determinazione dell'organico del personale di magistratura onoraria di tali sedi entro i limiti  della  dotazione  nazionale complessiva  nonché la formazione del personale amministrativo”.

Stante l’attualità, la revisione delle circoscrizioni giudiziarie merita un approfondimento. Prioritariamente non sarebbe male se ci ricordassimo che dietro ad ogni fatto e ad ogni atto, sia esso amministrativo, tributario, socio-assistenziale, previdenziale o giudiziario, ci sono persone in carne ed ossa, che subiscono i disagi nella difficoltà di ricevere servizi o nell’espletare le loro attività.

Partendo da questi presupposti, bisogna riflettere perché in Italia, nei rapporti tra cittadino e istituzioni, può succedere di tutto, compreso che si paghi due o più volte per lo stesso servizio: si corrisponde di più (per i costi maggiori che il cittadino deve sostenere) e si riceve di meno (in termini di minore qualità dei servizi che si ricevono).

L'approvazione definitiva del decreto sulla revisione delle circoscrizioni giudiziarie, a suo tempo ha prodotto una certa euforia. L’allora Ministro della Giustizia, Paola Severino, l’ha definita una riforma "epocale".

Come detto in premessa, il nuovo assetto del sistema giudiziario è stato disegnato dall’Esecutivo Berlusconi, ad opera dell'ex Ministro Alfano (non è un caso che il Tribunale di Sciacca si sia salvato...), che con quella Maggioranza parlamentare, a settembre dello scorso anno ha approvato la legge delega 148.

Sarebbe bene capire quali effetti questo nuovo assetto produrrà, in particolare per i cittadini-utenti, che rivendicano legittimamente il diritto ad avere una giustizia efficace, per gli operatori del settore e per i lavoratori, che si ritroveranno con i loro progetti di vita sconvolti.

Partiamo da questi ultimi, facendo qualche esempio: un dipendente che dopo tanti sacrifici, provenendo magari da altre sedi, lavora a Mistretta o a Sant'Agata, ha acceso un mutuo ed acquistato casa. Con la riforma, per lavorare sarà costretto ad andare a Patti. Non serve elencare il trauma e i disagi cui dovrà sottoporsi quel povero disgraziato. E’ facile immaginare con quanto “amore” egli farà il suo lavoro, soprattutto appena scoprirà che dovrà accontentarsi di condividere una stanza con chissà quanti altri colleghi, tutti ammassati nella sede dell’attuale Palazzo di Giustizia. Nel nome della presunta razionalizzazione della spesa, si sa che tutti (più o meno), dobbiamo fare sacrifici r quindi soprassediamo e giustifichiamo quanto avvenuto.   

Poi ci sono i professionisti del settore, in particolare gli avvocati della zona che, per trattare gli affari giudiziari, dovranno percorrere quasi quotidianamente qualche centinaio di chilometri in più. Ma lasciamo perdere anche questi, perché alla fine adegueranno la parcella e compenseranno le maggiori spese e i disagi sopportati con un vantaggio economico. 

Ció su cui invece non si può soprassedere, è il punto di vista del cittadino, che per ogni questione dovrà farsi carico di raggiungere Patti. Oltre ai costi per il viaggio e per il tempo impiegato e i rischi che affronta percorrendo tanta strada, troverà una città impreparata ad accoglierlo (attenzione, questo vale per tutte le sedi che accentrano, non solo per Patti). Si pensi in particolare alla viabilità inadeguata, all’insufficienza di parcheggi, ma anche alla carenza di servizi che il cittadino legittimamente rivendica. 

Eppure, i lavoratori, i professionisti legali e i cittadini, sarebbero disponibili a pagare il prezzo di tanti disagi, ad una sola condizione: che la Giustizia funzioni meglio. La realtà, purtroppo però sarà ben diversa, perché questo nuovo assetto creerà altre e più pesanti disfunzioni. Infatti, è fin troppo ovvio che l’attività svolta dal nuovo ufficio accorpante, non potrà essere mai maggiore della sommatoria del lavoro svolto dai singoli uffici decentrati.  

Tutto questo non ha interessato i due Governi (Berlusconi e Monti), che hanno messo in piedi e dato attuazione a questo progetto di riforma.

Ormai le persone siamo numeri e in quanto tali, veniamo utilizzati solo per fare quadrare i conti. Una delle poche certezze è che, come sempre, i disagi e gli oneri graveranno in misura maggiore sui più deboli e sui meno abbienti, sui lavoratori e sui cittadini che rivendicano legittimamente il diritto ad avere tempi ragionevoli per ottenere giustizia, sia penale (si pensi soprattutto alle parti offese), che civile, i cui percorsi per giungere a conclusione, registrano tempi inaccettabili, più volte anche oggetto di censura da parte di organismi sovranazionali.

Probabilmente questa analisi da dilettante sarà sbagliata. Confido che il tempo, almeno per questo, renderà “giustizia”.

Basilio Caruso



 
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